lunedì 4 luglio 2016

Italia-Germania: dalla parte di Pellè


Bastano pochi istanti per passare da giocatore rivelazione dell'Italia "operaia" a capro espiatorio, ricoperto di insulti. Il calcio al tempo dei social, con la sua isterica e superficiale leggerezza, vive di stereotipi.
"La donna è mobile qual piuma al vento, muta d'accento e di pensiero" cantava il Duca di Mantova nel Rigoletto. Allo stesso modo, la stessa platea che ha scoperto recentemente Graziano Pellè, la sua abnegazione ed il suo gioco di sponda, adesso lo riempie di insulti perché non ha rispetto.

Gli insulti a Pellè e Zaza seguono diverse correnti di pensiero:
1 - Ah questi calciatori sbruffoni, viziati e ricoperti di milioni che non prendono le cose sul serio
Lo stipendio dei calciatori è un alibi universale...
2 - Pellè non è nessuno, non può prendere in giro Neuer
Il portiere Ivkovic in Napoli-Sporting sfidò Maradona "se ti paro il rigore mi dai 100 dollari" (e parò il rigore): era anche lì un sacrilegio, una mancanza di rispetto gravissima?
3 - I rigori si possono sbagliare, ma Pellè non sarà mai un campione vero di umiltà come Baggio e Baresi

Tutte e tre le teorie portano ad un'unica risposta: noi italiani siamo un popolo di ipocriti.
I calci di rigore sono un gioco mentale tra chi calcia e il portiere: i saltelli di Neuer (o in passato i balletti di Grobbelaar o Dudek) fanno parte di questo meccanismo messo in pratica per scaricare la tensione sull'avversario.
Pellè si è presentato sul dischetto da sfavorito contro un portiere fuoriclasse. Tipicamente, in questa posizione la prassi prevede un tiro di potenza laterale, non troppo angolato per paura di sbagliare. Se il portiere sceglie il lato giusto para, 50%-50%. Pellè ha voluto aggiungere una variabile, il suo gesto è un'auto-segnalazione di estro: "non sono uno dei tanti anonimi, io ho il coraggio di farti anche il cucchiaio".
Graziano Pellè ha avuto il coraggio di provare a scrivere la storia, Neuer non ci è cascato ed ha vinto.
Io sto con Pellè, io sto con l'estro. Io sto con chi ha il coraggio, anche nella sconfitta.


Chiudo l'articolo con un video degli Europei Under-21 del 2007. Italia-Portogallo, in palio la qualificazione alle Olimpiadi. Pellè dal dischetto fa il cucchiaio, segna e l'Italia si qualifica a Pechino 2008. Dove eravate nascosti quel giorno, voi difensori del rispetto e dell'umiltà?

martedì 7 giugno 2016

Plaza Colonia: il miracolo del Leicester d'Uruguay

Il fútbol in Uruguay è lo sport dove 22 persone rincorrono un pallone su un prato, ed alla fine un quartiere di Montevideo festeggia lo scudetto.


L'Uruguay è una nazione piccolissima, che conta poco più di 3 milioni di abitanti. Nello stesso ordine di grandezza dell'area metropolitana di Roma. Eppure il piccolo stato sul Rio de la Plata ha segnato la storia del calcio, vincendo il primo Mondiale di calcio nel 1930 e poi replicando nel 1950. Nonostante le dimensioni ridotte, gli uruguayani sono sempre riusciti a rimanere al top del calcio mondiale. Due stelle sulla maglia della gloriosa nazionale Celeste, anche se in Uruguay ne reclamano una terza: hanno vinto la prima edizione del Mondiale, ma avrebbero vinto anche quella prima se si fosse giocata, perché erano i più forti al mondo, dicono.
Nella storia ultrasecolare del calcio uruguayano, il titolo nazionale è andato 47 volte al Peñarol e 45 volte al Nacional, le due maggiori squadre della capitale. Dietro il binomio Peñarol-Nacional, per gli altri restano solo le briciole: la terza squadra charrúa più titolata è il Defensor Sporting, con 4 campionati vinti. Un Oligopolio.

L'unica squadra capace di spezzare l'egemonia capitolina è il Rocha nel 2005, vincitore a sorpresa del Torneo di Apertura con due punti di vantaggio sul Nacional (penalizzato in classifica di 3 punti...). Quest'anno, nello stesso anno del Leicester campione di Inghilterra, anche l'Uruguay calcistico ha visto il suo miracolo compiersi.

Il gigante Golia del fútbol nazionale è il Peñarol di Diego Forlan, con una storia di scudetti alle spalle, che gioca in uno stadio moderno davanti ad una marea giallonera. Il Plaza Colonia è il Davide che si presenta armato di fionda davanti al numeroso pubblico dello stadio Campeon del Siglo. Un solo giocatore del Peñarol conta più titoli di tutta la squadra avversaria.

I "patasblancas" del Plaza Colonia rappresentano la piccola cittadina di Colonia del Sacramento. Venticinquemila abitanti, più vicina a Buenos Aires che alla capitale Montevideo. Il club ha 99 anni di storia, ma nel 2000 giocava nei campionati dilettantistici. Ad ottobre 2014, il Plaza Colonia era ultimo in seconda divisione.
L'allenatore Eduardo Espinel è un veterano della piazza: ha giocato per sette stagioni al Plaza Colonia, avendo l'opportunità di giocare al fianco di un giovanissimo Diego Lugano nei primi anni di professonismo del club. In parallelo, Espinel faceva il carpentiere per mantenersi.

In una sola partita, Peñarol - Plaza Colonia è in gioco la storia dei patasblancas e del calcio uruguayano. La sorpresa del campionato, prima in classifica a due giornate dalla fine, gioca in casa della seconda in classifica, la corazzata del campionato. Una vera e propria resa dei conti finale.

Sarebbe la partita perfetta per fare un catenaccio estremo, provare a strappare un onesto 0-0 con un camion davanti alla porta ed un gioco aggressivo, con la tipica garra degli uruguayani. Ma il treno per la storia passa solo una volta, così il Plaza Colonia passa in vantaggio dopo soli 2' grazie al gol del numero 10 Milessi. Da questo momento in poi, i patasblancas controllano il gioco, mentre il Peñarol stenta a reagire e si limita a proporsi con azioni personali.

Alla mezz'ora, i favoritissimi gialloneri riescono a pareggiare, rimettendo il campionato in discussione. A questo punto, le squadre esperte di solito rientrano con la testa nella partita e dilagano. Il Peñarol continua invece a giocare in modo impreciso, finché a 10 minuti dal termine il Plaza Colonia si procura il rigore più importante della sua storia. Villoldo dal dischetto fissa il portiere, in un attimo in cui l'intero Uruguay sportivo segue ammutolito. Tiro basso e centrale, per beffare il portiere, che si butta lateralmente. Gol. Plaza Colonia campione.

Durante i festeggiamenti, il presidente del club ha pianto per l'emozione, ricordando la difficoltà incontrate durante il percorso verso la vittoria finale, le scuse ai giocatori per gli stipendi pagati in ritardo, con soli cinque palloni per allenarsi e poche risorse.

Tra i campioni di Uruguay, c'è anche un veterano dei campionati italiani, un giocatore che personalmente ho avuto l'occasione di apprezzare e che ritengo sia stato molto sottovalutato. Si tratta del 36enne Mariano Bogliacino, centrocampista mancino ex-Napoli e Lecce nato proprio a Colonia del Sacramento e cresciuto nelle giovanili del Plaza Colonia. Un giocatore versatile, dal piede educato e tanto spirito di sacrificio, mai sopra le righe, che ha indossato la 10 del Napoli in Serie C. Complimenti Mariano.

giovedì 5 maggio 2016

Crotone in Serie A: l'impatto sul fantacalcio

Venerdì 29 aprile, il Crotone pareggia 1-1 contro il Modena ed ottiene la sua prima storica promozione in Serie A. I pronostici di agosto vedevano come netta favorita il Cagliari, ma il Crotone ha sorpreso tutti vincendo il campionato con una squadra allestita con prestiti e parametri zero.

I punti di forza di questo Crotone che si affaccia alla massima serie sono il fattore campo e l'organizzazione tattica. L'asso nella manica di questa squadra è stato infatti l'allenatore Ivan Juric, che ha schierato i rossoblù con un 3-4-3 compatto e spettacolare, di stampo Gasperiniano. Risultato: miglior difesa della categoria con soli 32 gol subiti in 39 gare e secondo miglior attacco, dietro soltanto al Cagliari.

Da Crotone sono passati negli ultimi anni talenti del calibro di Florenzi e Bernardeschi, indice di come l'occhio lungo dei calabresi potrebbe rappresentare un'arma in più anche nella prossima Serie A e per il fantacalcio, con diversi giovani in rampa di lancio che potrebbero trovare spazio ed esplodere nel Crotone 2016/17.

Aspettando il mercato...il presidente Vrenna sta programmando un nuovo stadio e ha già in programma un incontro con l'allenatore Juric per programmare il rinnovo. Ma quali dei protagonisti di questa favola all'italiana potrebbero essere il colpo di mercato a 1 credito per la prossima stagione?

Il 3-4-3 del Crotone
Cordaz
Yao Ferrari Claiton
Balasa Capezzi Salzano/Paro Martella
Ricci Budimir Palladino

Cordaz - Portiere di 33 anni, con grande esperienza costruita da gregario nell'Inter. Ottima stagione in B, molto probabilmente sarà ancora lui il titolare in Serie A: in casa ha subito soltanto 10 gol quest'anno...da valutare come terzo portiere, da schierare nelle partite casalinghe contro le piccole.

Yao - Difensore in prestito dall'Inter. Classe '96, duttile, con ottime capacità di anticipo, una sola ammonizione: gioca come un veterano. Probabile sorpresa dell'anno anche in Serie A.

Ferrari - Difensore che detta i tempi e regge il reparto con autorità, potrebbe essere un buon jolly dalla sufficienza costante. Attenzione ai cartellini però.

Martella - Difensore/centrocampista. Questo esterno corre, difende bene, crossa e costruisce tanto in attacco. Tre gol e tantissimi assist quest'anno. Ha già rinnovato il contratto col Crotone: dovesse essere listato difensore, sarebbe un grande acquisto.

Capezzi - Giovane centrocampista di proprietà della Fiorentina. Dovesse restare ancora a Crotone, avrebbe la titolarità pressoché certa...un bel talento, ma per il momento sconsigliato al fantacalcio: buoni voti, pochi bonus e tanta sostanza.

Ricci - Esterno d'attacco classe '94 di grandissima tecnica. Ha tutte le carte in regola per fare benissimo in Serie A. 10 gol e 7 assist in B quest'anno.

Palladino - Attaccante ex Juventus e Parma. Frenato da molti infortuni, da gennaio sembra essere tornato a splendere in Calabria aggiungendo la sua esperienza alla giovane squadra di Juric. Vi sentite di scommettere 1 credito su di lui?

Budimir - La punta del Crotone, arrivata in sordina dal St. Pauli, sta già scatenando un'asta di mercato: rimarrà in rossoblù? Fa reparto da solo, dialoga bene con i compagni e segna tanto. Quest'anno è stato il Drogba della Serie B, l'unico dubbio è se riuscirà a confermare i suoi numeri anche in Serie A.

martedì 3 maggio 2016

Leicester mania: una questione di coerenza



Questo non sarà l’ennesimo articolo di glorificazione per il miracolo del Leicester.
La storia delle Foxes che hanno vinto il titolo contro ogni pronostico ha coinvolto tutto il mondo, riavvicinandoci alla bellezza del calcio e va tenuta a mente.
La ribalta del Leicester ha il merito (e la colpa) di aver invaso il mondo dello storytelling calcistico, attirando una valanga di speculazione sulla retorica di Davide contro Golia, sull'umiltà del condottiero Ranieri, sulla parabola di Vardy dai dilettanti alla gloria e sull'elogio incoerente del calcio di provincia.

Piuttosto che aggiungere ancora un racconto di questa bellissima storia, Invasore di Campo si limita a sottolineare quanto sia importante ricordare l’impresa del Leicester per difendere la bellezza del calcio, perché le azioni parlano più forte delle parole.

Quindi ricordiamoci di questo Leicester e di come ci siamo fatti trascinare dalla sua poesia.
Ricordiamoci del Leicester ogni volta che viene proposta una Superlega Europea chiusa ai club blasonati
Ricordiamoci del Leicester ogni volta che si parla di quanto sia deleterio (?!?) il Carpi in Serie A
Ricordiamoci del Leicester ogni volta che le ragioni del business offuscano quelle del campo 
Ricordiamoci del Leicester ogni volta che ci si lamenta di un Bate Borisov campione di Bielorussia in Champions*, quando invece un più forte Milan 7° in Italia “sarebbe più competitivo”
*ma poi quando lo stesso Bate Borisov batte una corazzata diventa d’incanto tutto giusto e bellissimo
Ricordiamoci del Leicester ogni volta che si gioca una Coppa Italia costruita ad uso e consumo delle grandi
Ricordiamoci del Leicester ogni volta che una big asfalta una provinciale. Perché un sistema in cui alle realtà con un bacino d’utenza ristretto vengono lasciate le briciole impedisce ad ogni Empoli di diventare un piccolo Leicester


¡Viva el fútbol!

venerdì 16 ottobre 2015

Arancia spremuta: la crisi dell’Olanda calcistica

Sempre in alto, mai in vetta. La nazionale olandese è l’eterna incompiuta del calcio mondiale: seminare senza mai raccogliere è una costante della storia calcistica dei Tulipani, che nonostante la loro gloriosa tradizione non sono mai riusciti ad alzare al cielo un Mondiale. 

sabato 6 giugno 2015

LAVAGNA TATTICA, Tutti pazzi per Sarri (con video-analisi)

“Se mi fa rabbia essere il meno pagato? Io sono figlio di operai e quello che prendo basta e avanza. Mi pagano per fare una cosa che avrei fatto la sera, dopo il lavoro e gratis. Sono fortunato”.
Ai nastri di partenza con il suo Empoli rodato e low-cost, ad agosto tutti lo davano per spacciato: Maurizio Sarri invece ha insegnato calcio alle big d'Italia, imponendosi come personaggio rivelazione dell'ultima serie A.

giovedì 24 luglio 2014

Anzhi di vincere: quando Zio Paperone diventa Icaro

 
Settemilacinquecento chilometri e otto fusi orari separano Kaliningrad e Juzno-Sakhalin. Kaliningrad è un'exclave russa sul Baltico conquistata ai tedeschi nella seconda guerra mondiale, mentre l'isola di Sakhalin è separata dal Giappone da una sottile stiscia di mare. Ad accomunare questi due luoghi così distanti è il calcio, più precisamente la Pervij Division (Serie B russa), il campionato su cui non tramonta mai il sole.
Pochi giorni fa, a Kaliningrad si è giocata Baltika - Sakhalin. Partita noiosa, vinta 1-0 dai padroni di casa con un colpo di testa, ma a suo modo memorabile: si tratta infatti della trasferta di campionato più lunga della storia.
Le dimensioni mastodontiche della Federazione Russa rendono la Pervij Division un campionato massacrante per il fisico di chi lo disputa e dispendioso per le casse di chi paga i viaggi. Costretto a giocare in questo inferno di trasferte impossibili e jet lag anche l'Anzhi Makhachkala, il club che fino a pochi mesi fa si faceva largo nell’élite del calcio europeo a suon di rubli sul mercato.

Il Progetto Anzhi, l’utopia di portare il grande calcio nel povero Daghestan, ha avuto una vita intensa ma breve. Tutto inizia nel 2011, quando Sulejman Kerimov, uno degli uomini più ricchi del mondo e grande azionista di Gazprom e Sberbank, decide di investire sulla sua squadra del cuore. I campioni però sono restii a trasferirsi a Makhachkala, in un territorio pericoloso e lontano dagli standard delle grandi città occidentali. Il motto del presidente però è “I soldi risolvono tutto”, così Kerimov decide di indorare la pillola firmando assegni milionari e promettendo la costruzione di una cittadella sportiva comprendente un nuovo stadio e ville extra-lusso per i suoi giocatori. Nel frattempo però la squadra diventa pendolare, ospite nel vecchio quartier generale del Saturn Mosca fallito, per raggiungere il Daghestan solo nei giorni delle partite.
In tre stagioni, l’Anzhi ha investito oltre 200 milioni di euro sul calciomercato, portando a Makhachkala giocatori del calibro di Roberto Carlos, Willian e Samuel Eto’o. Il trasferimento di Eto'o è un manifesto del modo di operare dei daghestani: offerta fuori mercato di 25 milioni all’Inter e 20,5 all’anno al camerunense, che sceglie la steppa del Caucaso per diventare il più pagato al mondo. Per battere la concorrenza di campionati più prestigiosi e città più ambite, l’Anzhi è costretto a mettere sul piatto stipendi d’oro anche per giocatori di secondo piano: finisce così per convogliare sotto un'unica maglia un collettivo di calciatori interessati solo a prendere i soldi e scappare a stimolanti sfide esotiche. Si, a prendere i soldi e scappare.
Il risultato è una squadra svogliata, che attende con ansia la busta paga piuttosto che il successo: un all star team di brasiliani, africani e giocatori dell’est europeo senza amalgama né mordente, incapace di competere con squadre meno ricche come il CSKA Mosca e lo Zenit San Pietroburgo.

Anno 2013, il presidente Kerimov annuncia pesanti tagli al budget, stanco di non vincere e frustrato dalle perdite finanziarie delle sue imprese: il “progetto a lungo termine” si sgretola in pochi giorni. Kokorin, acquistato un mese prima dalla Dinamo Mosca per 19 milioni di euro, decide di ritornare al suo vecchio club portando con sé Zhirkov, Denisov e Samba; Eto’o e Willian invece approdano al Chelsea. L’Anzhi, o meglio quello che ne resta, ottiene la prima vittoria soltanto alla 20° partita di campionato. Alla fine dell’anno è retrocessione all’ultimo posto.
Una squadra senza fondamenta, spazzata via come un castello di carta. Un progetto-senza-programmazione che ha vissuto al massimo per poi morire troppo giovane, come James Dean o Jim Morrison.
I soldi non risolvono tutto.
Il nuovo Anzhi dell’austerity oggi è tra le principali candidate alla promozione in massima serie e, stando agli annunci, la dirigenza è decisa a imparare dagli errori: non si guarda più agli sceicchi ma all’accorto Krasnodar, puntando di più sui talenti russi e su quelli che la neonata academy del club riuscirà a produrre.


Giuseppe Brigante

martedì 15 luglio 2014

La scoperta dell'America: l'era del soccer

Il successo di una nazionale è il riflesso della crescita di un movimento calcistico, spesso del campionato nazionale: disporre di un torneo probante e competitivo contribuisce a formare un gran numero di giocatori di buon livello, a beneficio della nazionale.

giovedì 17 aprile 2014

La Bolivia e l'altro Callejon: le nuove mappe della Libertadores

C'ERANO UNA VOLTA I PADRONI DEL SUDAMERICA - In tutta la sua storia, solo 7 volte la Copa Libertadores è sfuggita al dominio di Argentina, Brasile e Uruguay, le tre potenze del calcio sudamericano. Negli ultimi tempi l'oligarchia sembra però essersi spezzata: l'ultimo decennio ha regalato le imprese tattiche e vincenti dell'Once Caldas e della LDU Quito, regine delle montagne colobiane ed ecuadoregne, ma anche le finali raggiunte dai messicani del Chivas e, nell'ultima edizione, dai paraguayani dell'Olimpia Asunción.
Oggi il Brasile, a due mesi dal mondiale casalingo, ha lasciato ai gironi tre squadre su sei; l'Argentina acciaccata perde il Newell's e soffre con il San Lorenzo di Papa Francesco, salvo grazie alla classifica avulsa sugli esordienti ecuadoregni dell'Indipendiente del Valle. In continua ascesa il Messico, monopolista in Centro-Nord America, che porta entrambe le squadre presenti ai gironi tra le top 16 del Sudamerica. Il risultato più sorprendente è l'exploit della Bolivia: storicamente leoni tra le alture locali e squadre cuscinetto in trasferta, i boliviani sono da sempre considerati l'ultima ruota del carro del Sudamerica. Stavolta la Bolivia porta due club tra i migliori 16 del continente: l'ultima volta nel 1997, quando però il format della coppa prevedeva gironi eliminatori su base territoriale (quindi, per le boliviane, le trasferte si limitavano al Paraguay). Come da tradizione, il The Strongest ha monetizzato i 4000 metri di La Paz, strappando all'estero un solo decisivo punto. La novità è il Club Bolivar, capace di vincere anche lontano dalle alture: primo posto davanti ai messicani del León, a casa va il blasonato Flamengo.
Agli ottavi il The Strongest ha pescato il Defensor (9° nel campionato uruguayano), mentre il Bolivar aspetta la gara di ritorno in casa contro il León, dopo aver pareggiato 2-2 in Messico la scorsa notte. La favola della Bolivia potrebbe non essere ancora finita.

LOS CALLEJONES, DUE FRATELLI IN MAGLIA AZZURRA - Il gol decisivo per il Bolivar l'ha segnato Callejón, ala ex-Real Madrid arrivata in estate. Notate qualche somiglianza? Si tratta di Juan Miguel "Juanmi" Callejón, il fratello gemello di José Maria, attaccante del Napoli. I due gemelli giocano insieme nella cantera del Real Madrid, Juanmi faceva gli assist e José i gol. Il 2008 è l'anno della separazione: il Callejón "napoletano" va all'Espanyol e colleziona estimatori nella Liga (per poi essere riacquistato dal Real), Callejón "l'altro" invece non trova spazio a Maiorca ed inizia a girovagare tra Spagna e Grecia. Nello scorso luglio, mentre José Maria tratta con il Napoli, Juanmi lascia la Grecia e sceglie di ripartire dalla Bolivia. L'adattamento ai 4000 metri di La Paz è difficile, ma Juanmi fa valere la sua esperienza europea in Sudamerica: 3 gol nelle 6 partite del girone di Libertadores per il piccoletto spagnolo, tra cui la zuccata che vale il 2-1 decisivo per il primo posto nel girone. Due continenti, due annate quasi parallele per i due gemelli, con un finale diverso: al Napoli di José Maria in Champions è mancato solo un gol, proprio quel gol che Juanmi ha regalato al suo Bolivar in Libertadores. Quando il gemello scarso diventa conquistador.


Giuseppe Brigante